PERCHÈ

Costituisce eccesso rispetto ai limiti della proprietà giusta non l'ampiezza del possesso, ma il deteriorarsi di ciò che rimane inutilizzato al suo interno
(J.Locke, Il secondo trattato del buon governo)
Lo spreco alimentare: con il termine “spreco” si intende l’insieme di quei prodotti alimentari scartati dalla catena agroalimentare, che hanno perso valore commerciale, ma che possono essere ancora destinati al consumo umano. Quindi prodotti perfettamente utilizzabili, ma non più vendibili, e che, in assenza di un possibile uso alternativo, sono destinati ad essere eliminati o smaltiti. Sono quindi “invenduti ma non invendibili”. (Da Il Libro nero dello spreco in Italia, A.Segrè, L. Falasconi) Secondo i recenti dati FAO pubblicati a settembre 2013 nel Report «Food Wastage Footprint: Impacts on Natural Resources»[i] le perdite di alimenti si attestano sulla cifra di 1,3 miliardi di tonnellate l'anno, e causano non solo enormi perdite economiche, ma gravano anche in modo insostenibile sulle risorse naturali dalle quali gli esseri umani dipendono per nutrirsi. Le conseguenze economiche dirette di questi sprechi si aggirano, secondo il rapporto, intorno ai 750 miliardi di dollari l'anno. Dal punto di vista ambientale il cibo che viene prodotto, ma non consumato, ogni anno causa lo spreco di un volume di acqua pari al flusso annuo di un fiume come il Volga; utilizza 1,4 miliardi di ettari di terreno – quasi il 30 per cento della superficie agricola mondiale – ed è responsabile della produzione di 3,3 miliardi di tonnellate di gas serra. Le elaborazioni del BCFN, su dati della DG Environment della Commissione Europea [ii], evidenziano una distribuzione delle perdite alimentari lungo la filiera che vede la percentuale più alta a livello domestico, 42% del totale, seguita dal 39% a livello di produzione, 14% nella ristorazione e 5% nella vendita all’ingrosso e al dettaglio (distribuzione). Come fa notare il già citato rapporto FAO 2013, più avanti lungo la catena alimentare un prodotto va perduto, maggiori sono le conseguenze, dal momento che i costi ambientali sostenuti durante la lavorazione, il trasporto, lo stoccaggio ed il consumo devono essere aggiunti ai costi di produzione iniziali. In Italia, il fenomeno degli sprechi alimentari è stato trascurato fino a poco tempo fa. Letteratura specializzata e rilevazioni statistiche ufficiali sull’argomento sono, infatti, quasi del tutto inesistenti. L’indagine del 2011 di Segrè e Falasconi [iii] è stata la prima a fornire una quantificazione dello spreco lungo tutta la filiera: 20 milioni di tonnellate dal campo al punto vendita. Una stima dello spreco è stata ottenuta confrontando la quantità di cibo che ogni italiano ha a disposizione per tipologia di prodotto, secondo quanto riportato dalla FAO (food balance sheets), con il consumo di cibo pro capite al giorno, secondo quanto sostenuto dall’INRAN (Istituto nazionale di ricerca per gli alimenti e la nutrizione). La percentuale di cibo in surplus è ottenuta dalla differenza tra quanto cibo è potenzialmente disponibile e quanto viene effettivamente consumato. Una parte rilevante di questa percentuale è sicuramente classificabile come “spreco”. Secondo i dati raccolti recentemente dall’ADOC [iv] ogni famiglia, in Italia, ogni anno getta nel cassonetto circa 480 euro; ogni mese, invece, spende in media 570 euro per generi alimentari. Il 36% dei prodotti che vengono buttati sono quelli freschi, come latte, uova e carne; tra i prodotti più sprecati troviamo il pane (18%), frutta e verdura (16%), e prodotti in busta. Va però detto che la percentuale di sprechi è andata diminuendo nel tempo; basti pensare che 5 anni fa veniva gettato nel cassonetto il 13% circa della spesa. Nell’indagine realizzata nel 2012 da Ipsos per Save the Children [v], intervistando più di 1400 persone nelle diverse regioni di Italia, si evidenzia come la maggior parte degli intervistati ritenga di gettare alimenti scaduti o “andati a male” una o due volte al mese, indicando come valore economico di questo spreco 29 euro (media dei valori espressi nelle diverse regioni). Lo studio realizzato da Fondazione per la Sussidiarietà e Politecnico di Milano in collaborazione con Nielsen Italia [vi], riporta come nella filiera agroalimentare italiana la quantità di eccedenze corrisponda a 6 milioni di tonnellate all’anno, pari al 17,4% dei consumi. Ad oggi solo una piccola parte di questa eccedenza viene destinata all’alimentazione umana, attraverso food banks e enti caritativi: la quantità di spreco è infatti di 5,5 milioni di tonnellate all’anno, corrispondente al 92,5% dell’eccedenza.
[i] http://www.fao.org/docrep/018/i3347e/i3347e.pdf [ii] Commissione Europea (2010) Food Waste in the EU: a study by the European Commission. Final report - Preparatory Study on Food waste. [iii] Segrè A., Falasconi L. (2011), Il libro nero dello spreco in Italia: il cibo, Edizioni Ambiente [iv] http://www.adocnazionale.it/2013/05/alimentari-adoc-ogni-famiglia-spreca-il-7-della-propria-spesa-in-media-480-euro-lanno-ma-rispetto-a-5-anni-fa-calo-del-6/ [v] Ipsos (2012) Gli sprechi alimentari in Italia, Report per Save the Children [vi] Garrone P., Melacini M., Perego A. (2012), Dar da mangiare agli affamati. Le eccedenze alimentari come opportunità, Guerini e Associati